Geografia commossa dell’Italia interna

geografia

La “rassegna letteraria e studi sulle comunità” promossa dall’Università dell’Aquila, nell’ambito di Terre Memori e con la collaborazione dell’Associazione culturale Territori Aq rilancia l’invito a confrontarsi sul doposisma, guardando al di là del caso aquilano per ritrovare l’Italia delle macerie nello sguardo commosso sull’Italia interna. Lo sguardo è quello di Franco Arminio, poeta paesologo, che il prossimo venerdì 20 settembre presso l’Aula Magna dell’Università dell’Aquila, alle ore 16.00 presenterà il suo ultimo libro, edito da Bruno Mondadori, “Geografia commossa dell’Italia interna”.

Non è la prima volta che Franco Arminio si reca all’Aquila e in più di un’occasione, nei suoi racconti e nei suoi articoli apparsi su diverse testate italiane (alcuni dei quali riportati anche in questo ultimo libro), ha prestato attenzione a non far disperdere le «tante sfumature» di quanto ha osservato ed ascoltato. Lui che, da irpino, per tanti anni ha svolto il «ruolo dell’accompagnatore nelle zone terremotate», si è lasciato accompagnare tra le strade di questa Aquila dalle ali spezzate e ne ha registrato «fregi e sfregi». Ricordando con sconforto quanto è accaduto nella sua Irpinia, ha lanciato l’allarme su quello che può accadere quando i conflitti generati dagli interessi individualistici fanno perdere di vista il bene collettivo. Giorno dopo giorno ci si ritrova forse con una nuova casa, ma nel frattempo si rischia di perdere i paesi, le città. In fondo è questo il senso intimo che si cela dietro le immagini di Teora 2010, il documentario che sarà proiettato nel corso della serata.

«Esco a trovare l’Italia interna, come si esce a trovare la farfalla vista il giorno prima», così Franco Arminio ama rappresentare il suo camminare nei paesi. E L’Aquila è solo una delle tante “farfalle”. Le pagine di Geografia commossa dell’Italia interna sono il narrato poetico di una «vacanza intorno ad un filo d’erba», raccolgono «le voci del mondo» per testimoniare la desolazione dello spopolamento e per dirci con forza che la poesia è l’unica politica possibile. Solo grazie a lei e per lei potremmo radunare in noi quella energia in grado di farci rivolgere serenamente agli altri, per imparare a “guardare la terra che c’è sotto” e per costruire in ogni luogo “non altre baracche, ma nuove case senza muri e senza tetto” , come “senso di stare da qualche parte nel tempo che passa”.

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